Ho sempre letto e scritto volentieri. Qui di seguito, potrai leggere alcuni miei racconti. Buona lettura!
IL GATTO SORNIONE

IL GATTO SORNIONE
L’ultimo anno di liceo rappresentava la sospirata fine di un lungo ed estenuante periodo fatto di mesi passati a studiare curvi sui libri i classici latini, i filosofi, i poeti, quella matematica dai segni incomprensibili e chissà quante altre cose ormai sepolte per sempre in un angolo remoto della mia mente.
Eravamo decisi a studiare solo quelle materie che secondo i nostri meticolosi quanto improbabili calcoli sarebbero uscite agli esami di maturità; tutto il resto era tempo da non sprecare.
Sapevamo che la nostra insegnante di storia e filosofia era stata sostituita, ma la cosa non ci preoccupava minimamente: il nuovo insegnante proveniva dall’altro liceo scientifico della città, quello considerato di serie B, e noi studenti del liceo “buono”, quello del centro, un po’ scettici e un po’ presuntuosi attendevamo curiosità e sufficienza il suo arrivo.
il nuovo professore di storia e filosofia entrò in classe una mattina di settembre, era uno di quei giorni ancora caldi con un sole splendente da sembrare ancora piena estate.
E di estate stavamo parlando quando sentimmo la porta chiudersi repentinamente. Ci voltammo all’improvviso ma non riuscimmo subito in quella luce abbacinante a mettere a fuoco la sua figura. Era un uomo forse di cinquant’anni, i capelli bianchi e piuttosto incolti, occhiali spessi e una mole imponente, anzi per la verità era proprio grasso. Il mento cadeva a formare un tutt’uno con il collo; le guance tonde, lo sguardo placido e le movenze lente, lo facevano assomigliare ad un grosso gatto sornione. Aveva un aspetto innocuo, un abbigliamento dimesso, a prima vista sembrava decisamente una persona anonima, normale, uno come tanti che incontri ogni giorno per strada e a cui non fai caso.
Il professore appoggiò sulla cattedra una borsa di pelle marrone talmente consunta da essere scolorita, si sedette, si passò in rassegna un rapido sguardo e fece l’appello. La sua voce era pacata come il suo aspetto, il tono calmo ed incolore. Estrasse dalla borsa un blocco di appunti scritti a mano fitti fitti, si alzò e cominciò a girare tra i banchi.
“Bene -disse- da oggi studierete la storia in un modo diverso, non imparerete più una sequenza di nomi e di date, ma imparerete a capire quali sono le cause e gli effetti che hanno determinato i fatti storici. E così sarà con la filosofia; non dovrete imparare a memoria cosa pensava Hegel di Dio, ma dovrete arrivare a quel concetto partendo dal quadro storico, politico e culturale dell’epoca in cui Hegel si trovò a vivere”.
ln aula calò un silenzio profondo, alcuni pensarono che l’insegnante fosse completamente pazzo, qualcun altro sorrise sfacciatamente scuotendo la testa. Come si permetteva costui di venirci a rovinare l’ultimo anno di liceo con metodi e principi così strani, così totalmente diversi da quelli che ci avevano inculcato sino ad allora? Per noi studiare storia e filosofia aveva sempre e solo significato imparare degli appunti a memoria.
Personalmente rimasi molto colpita dalle parole del professore, era come se avesse aperto uno squarcio nella mia mente, ma non capivo il motivo, era per il momento solo una strana sensazione. Nessuno di noi comunque badò più di tanto quelle parole, e continuiamo col vecchio sistema. Un giorno il professore deciso di testare la nostra preparazione con un’interrogazione scritta, suscitando vivaci reazioni di protesta. I risultati furono disastrosi, non ci fu una sola sufficienza. Il professore ci spiegò con il solito impassibile tono di voce, che non avremmo dovuto imparare dei concetti a memoria, ma porci come esseri attivi di fronte al pensiero dei filosofi e anche di fronte a quelli importanti eventi storici che maturati nella seconda metà dell’Ottocento avrebbero poi portato così tanti e grandi sconvolgimenti nel Novecento. Allora capii, allora riuscii a decifrare quella sensazione che avevo provato la prima volta che lo avevo visto: era una persona che voleva farci usare l’intelletto, voleva farci concatenare gli eventi in modo tale che ciascuno di noi potesse rielaborare fatti e pensieri con un personale punto di vista; non voleva studenti che pensassero in serie , ma che si ponessero di fronte agli eventi in modo tale da formarsi una propria precisa opinione.
Iniziamo così a seguire con sempre maggiore interesse le lezioni di storia e filosofia; Il professore non stava mai seduto in cattedra, ma spostava con leggerezza la sua pesante mole da una parte all’altra dell’aula spiegandoci che le cose devono essere considerate da più punti di vista. In questo modo storia e filosofia diventano un’unica materia, azioni e pensieri si incastravano alla perfezione restituendo un quadro molto chiaro della realtà che aveva caratterizzato il nostro passato prossimo.
Fu così che le sue lezioni divennero occasioni di incontro dove ciascuno di noi poteva esprimere i propri pensieri, i propri dubbi, le proprie incertezze.
Il professore era severo ed esigente; riteneva che capire la storia fosse prima che un obbligo scolastico, un vero e proprio dovere morale per ciascuno di noi.
I suoi voti non erano mai alti, mai un complimento, mai una lode, ma nemmeno mai un rimprovero; il professore non feriva mai nessuno, aveva grande rispetto di tutti noi, anche di quelli che avevano quattro e che non amavano la sua materia.
Con grande sorpresa di tutti, una delle materie scelte per l’esame orale quell’anno fu proprio storia. Decisi che l’avrei portata all’esame come prima materia e che l’avrei presentata come lui mi aveva insegnato: i fatti commentati dal mio punto di vista e collegate alla scienza, alla letteratura, all’arte, alla filosofia. Preparai quell’esame con un entusiasmo che mai avevo pensato di avere verso la materia fino ad allora considerata sterile e noiosa.
A mano a mano gli esami si avvicinano, e con essi l’estate carica di promesse, disertavamo sempre di più le aule del liceo, per andare a studiare in biblioteca, dove ci potevamo dedicare anima e corpo solo alle materie d’esame.
Ormai le lezioni del professore erano le ultime e questo ci dispiaceva molto; rimpiangevamo di non averlo conosciuto prima. Proprio durante una di quelle lezioni ci fece le solite raccomandazioni e ci dette i soliti consigli su come affrontare la maturità, ma soprattutto ci segnò una cosa che non mi avrebbe mai più abbandonata. Ci spiegò che quando ci viene chiesto di esporre un evento o una serie di circostanze che hanno determinato un fatto storico, noi dobbiamo porci di fronte a questo fatto con totale imparzialità. L’imparzialità rappresenta il segreto per capire gli avvenimenti nella loro essenza più profonda. Solo guardando una situazione dal di fuori, da un punto di vista imparziale, senza distinguere in modo assoluto le azioni in giuste o sbagliate, gli uomini in buoni o cattivi, solo senza preconcetti e pregiudizi ma con oggettività, solo così si possono capire e forse accettare le azioni che ci appaiono in un primo momento inspiegabili.
Caro professore, questo, di tanti suoi insegnamenti, è quello che più ha influito sulla mia persona. Ora non sono più una studentessa, però ogni giorno calata in quella realtà a cui allora tanto anelavo, e che invece oggi mi ha molto delusa, mi trovo spesso intenta all’esercizio dell’imparzialità.
Non è semplice essere imparziali di fronte a situazioni o persone che tante volte calpestano i sentimenti, che non hanno rispetto per gli altri, che, ammalate di arrivismo e bramose di effimeri successi, sono disposre a tutto. Ecco, la prova più dura per me è applicare il suo insegnamento alle situazioni di ingiustizia, ipocrisia e falsità che si ritrovano anche nel nostro vivere quotidiano. Allora mi ritornano in mente il suo sguardo placido e il suo sorriso sornione, e tutto si stempera; mi sento pervasa da una strana leggerezza, cerco di uscire dalla piccolezza dei banali dissidi e tento di vedere la mia “storia” dal di fuori, come faceva lei dall’angolo della classe. Mi creda, dopo un po’, guardando le cose da un altro punto di vista, tutto si ridimensiona, tutto si colloca in un contesto in cui prevale la tolleranza, in cui qualsiasi azione e qualsiasi persona hanno una possibilità di essere giustificate e, se non accettate, almeno capite.
Professore, dopo l’esame non ci siamo più rivisti; sono passati tanti anni e di lei non so più nulla. Oggi vivo in un’altra città, ma qualche volta ritorno dove sono nata, e passando davanti al liceo mi sembra ancora di vederla passeggiare per i corridoi con i suoi passi lenti, gli abiti trasandati, gli occhiali spessi e quel blocco di appunti, ma soprattutto rivedo quel sorriso benevolo che le illuminava il viso.
LA GRANDE NEVICATA

LA GRANDE NEVICATA (LA CENA DEL MAS-CIO)
Giovanni Maria Ziggiotto, per tutti “DoMaria”, scrutava pensieroso il buio oltre la finestra.
Non si era mosso da più di due ore, ovvero da quando aveva iniziato a nevicare.
Dal cielo gravido scendevano fiocchi grandi come piume e del resto l’aria pungente odorava di neve già dal mattino.
“Proprio oggi!” continuava a ripetere tra sé e sé l’uomo, che non sapeva se mettersi a imprecare o a piangere.
“Proprio oggi!” pensava nello stesso momento sua moglie Rina mentre cucinava dall’altra parte della stanza.
Si era alzata di buon’ora per preparare la cena più importante dell’anno secondo una tradizione la cui memoria si perdeva nel tempo.
Il sabato prima di Natale in ogni casa di campagna si consumava la cena del mas-cio, del maiale, appena macellato e trasformato in gustosi insaccati che sarebbero durati per un anno.
La cena si preparava con gli avanzi ed era un tripudio di sapori.
Il grasso si trasformava in croccanti ciccioli che si scioglievano in bocca, la pasta di salame insaporiva un risotto che poteva resuscitare i morti e poi arrivava il piatto forte: gli ossi a cui era stata lasciata attaccata un bel po’ di carne.
Si facevano bollire a lungo in un pentolone con verdure e foglie di alloro e poi venivano serviti ancora fumanti accompagnati dal cren e bagnati da un buon vino rosso.
Infine, il dolce. Alla Rina il tradizionale sanguinaccio non piaceva e così l’aveva sostituito con una deliziosa crostata alla crema che i suoi ospiti reclamavano ogni anno.
Suo marito cominciava a pensare alla cena del mas-cio già a fine agosto, quando la calura scemava e le giornate si accorciavano.
Invecchiando usciva sempre di meno e si limitava ad osservare il mondo dalla finestra che dava sul viale principale del paese e così aspettava con ansia quel sabato di dicembre per sentirsi di nuovo vivo. Ma quest’anno il tempo pareva avercela con lui, le colline di fronte già erano imbiancate, ed erano solo le cinque del pomeriggio!
Sperava che i suoi amici venissero lo stesso, visto che abitavano tutti in paese: suo genero Toni, suo fratello Sandro e il suo compare Berto con le rispettive mogli.
Non potevano mancare alla cena della Rina Ziggiotto, la migliore di tutto il paese.
Rincuorato da questa certezza, Domaria si sedette sulla sua sedia di paglia, senza smettere tuttavia di guardare fuori.
Il primo ad arrivare fu suo fratello Sandro. Gestiva l’attività di vendita di legna che aveva avviato tanti anni prima la loro madre, per questo soprannominata la Virginia della legnara. Anche se con l’avvento del gasolio e del kerosene per il riscaldamento gli affari non andavano più a gonfie vele come un tempo, le entrate gli bastavano a mantenere se stesso e la moglie, dato che di figli purtroppo non ne erano arrivati.
Sandro e la moglie quando entrarono erano fradici di neve. La Rina li fece sedere accanto alla stufa invitandoli a infilarsi un paio di calzettoni di lana.
Mentre la cuoca dava gli ultimi ritocchi alle sue pietanze, arrivò anche Berto Rigon, amico d’infanzia di Domaria, nonché suo compare di nozze. La Gilda, sua moglie, aveva preferito rimanere a casa con quel tempo da lupi. La Rina aveva tirato un sospiro di sollievo. Lo sapevano tutti che aveva sposato Berto per ripiego dopo essere stata rifiutata da Domaria.
E dopo tanti anni aveva ancora il coraggio di fare la gattamorta! La Rina per amore di suo marito faceva finta di non vedere, ma quella sera ringraziò il cielo e il mezzo metro di neve che aveva mollato per averle tolto di torno quella smorfiosa.
Quando sentì bussare di nuovo alla porta, Domaria corse ad aprire.
Finalmente erano arrivati anche sua figlia Angela ed il marito Toni Mason, stimato direttore dell’ufficio postale.
Toni infreddolito si sedette subito a tavola con gli uomini, mentre l’Angela raggiunse la madre e la zia ai fornelli. Il giovanotto aveva l’aria trafelata.
“Toni cosa è successo?”, chiese il suocero versandogli un bicchiere di vino.
“Non credevo di riuscire ad arrivare in tempo stasera!” rispose Toni.
“Ti credo! Con questo tempo!” intervenne Sandro.
“Mica per il tempo!” riprese il postale “è per via delle pensioni!”.
“Delle pensioni?” ribatté Domaria.
Toni allora cominciò a raccontare una storia che aveva dell’incredibile.
“Ieri mattina sono arrivato presto in ufficio perché era giorno di pagamento delle ultime pensioni prima di Natale, ma quando sono entrato ho trovato una brutta sorpresa: un telegramma della Direzione Provinciale. Mi informava che per un disguido i soldi sarebbero arrivati il giorno dopo, ovvero oggi. Ho incominciato a sudare freddo. Con che coraggio avrei mandato a casa tutta quella gente che aspettava trepidante di poter dare la mancia di Natale ai nipotini?
Così ho chiuso a chiave la porta e sono saltato sulla Vespa. In cinque minuti ero davanti al banco della bottega di Arduino Fanton, il salumiere.
“Arduino Fanton?”, sbottarono insieme i tre uomini allibiti. “E cosa c’entra Fanton con le pensioni?”, chiese Berto.
“Adesso ve lo dico”, riprese Toni infervorato.
“Sorpreso di vedermi a quell’ora, mi ha lanciato un’occhiata interrogativa e allora ho preso coraggio e tutto d’un fiato gli ho spiegato cos’era successo”.
“Ho capito” mi ha risposto senza batter ciglio, “aspettami qui cinque minuti”.
Sono rimasto da solo in compagnia di salami e baccalà appesi al soffitto. Dopo cinque minuti di orologio è tornato reggendo tra le mani un grande sacchetto di carta, come quelli del pane per intenderci. Non ci crederete! Era pieno di rotoli di banconote da centomila! Dieci milioni in pezzi da centomila! Suo figlio Bruno non era mica tanto d’accordo. ‘Papà!’ gli ha detto in tono di rimprovero. ‘Taci!’ lo ha zittito il vecchio.
Io ho infilato il sacchetto sotto la giacca, ho ringraziato e sono corso via.
Sono riuscito a pagare tutte le quaranta pensioni!
Oggi sono arrivati i soldi dalla Direzione, ma la notte scorsa non ho dormito! Dieci milioni sono sempre dieci milioni! Alle cinque ho chiuso l’ufficio e sono tornato da Arduino a restituirgli il prestito. Naturalmente gli ho chiesto quanto gli dovevo di interessi.”
“Figurati se non li ha voluti!” sbottò Sandro, “quello sa fare bene i suoi affari!” rincarò.
Toni abbassò ancora di più la voce.”E invece non ha voluto nemmeno un grazie!” rivelò orgoglioso. “Dico la verità, non me lo sarei mai aspettato da Arduino, credevo fosse un vecchio spilorcio ed invece ha dimostrato di avere un gran cuore”. In effetti nessuno si sarebbe mai immaginato un gesto del genere. “Tanto sapeva che sarebbero serviti a comprare torrone e mostarda nella sua bottega!”, sdrammatizzò Berto suscitando una risata grassa come i ciccioli sul tavolo.
Domaria, dato che l’atmosfera ormai era calda, prese la palla al balzo e lanciò un’esca bella grossa. “A proposito dei Fanton, che fine ha fatto la sorella di Arduino, la professoressa Adele?”.
“Insegna sempre greco al classico” rispose pronto Sandro “ed è sempre signorina!”, puntualizzò malizioso. Toni sentendosi escluso, fece l’offeso. “Finitela di ridere sotto i baffi e raccontatemi! Arduino ha una sorella?”.
“Eh sì caro Toni”, rispose Domaria, “e qualche anno fa è stata protagonista di una storia che rischiava di diventare uno scandalo”. “Scandalo in che senso?” incalzò il postale.
A tavola intanto erano arrivati i piatti colmi di risotto, la Rina li apostrofò scuotendo il capo “Siete peggio delle donne!”. Domaria non ci fece caso e riprese “nel senso che la severa professoressa era l’amante del paròn Mario Paveri!”. A Toni per poco il boccone non andò di traverso.
“Mario Paveri è il padrone di mezzo paese e mi risulta grazie alla moglie!”, esclamò con enfasi. Domaria continuò a raccontare: “Mario aveva perso la testa per l’Adele: bella, elegante, raffinata, mica come la moglie che sembrava una contadinotta. E pensare che era stata proprio la moglie, la Mafalda, a farla venire a casa per insegnare la grammatica a quello zuccone di suo figlio Italo!
Era bastata una stretta di mano a far scoccare il colpo di fulmine. A lui pareva di vedere un’attrice del cinema, lei lo considerava un uomo d’altri tempi: galante, deciso, forte. Un uomo vero insomma, capace di darle quella sicurezza che i suoi spasimanti di città nemmeno si sognavano.
Incominciarono a vedersi in segreto nel roccolo sul monte che lui usava per la caccia. Poi la storia divenne seria. Mario aveva deciso di mollare tutto per iniziare una nuova vita con l’Adele”.
“Ma senza un soldo!” commentò Toni. “Proprio così”, sottolineò Berto.
Domaria si riprese la scena.”Per questo cercò di impossessarsi del tesoro di Palazzo Morosini!”.
Toni mollò l’osso che stava finendo e saltò in piedi come se l’avesse punto uno scorpione. “Il tesoro? Quale tesoro?” esclamò paonazzo.
Domaria ora finalmente si sentiva il protagonista indiscusso della serata, ecco che il miracolo della cena del mas-cio si stava ripetendo di nuovo. All’improvviso era come se l’entusiasmo e l’energia della giovinezza fossero ritornati nel suo corpo spazzando via il peso degli anni.
“Vedi Toni” continuò “dopo la guerra, la seconda, in paese aveva cominciato a circolare la voce dell’esistenza di un tesoro, nascosto dai tedeschi prima di scappare, proprio nel parco del Palazzo. E ci sarebbe stata anche una mappa, ritrovata da qualcuno disposto a venderla in cambio di una parte del bottino”.
“Ma secondo te era vero?” chiese il genero. “E chi lo sa? ” rispose Domaria con fare misterioso “di sicuro Paveri sperava fosse vero. Così pagò profumatamente il possessore della mappa, un forestiero che il giorno dopo scomparve nel nulla, e una notte senza luna, mandò in missione il suo fattore”. Una risata generale interruppe ancora una volta la storia mentre in tavola arrivava un bel cotechino affogato nel purè.
“Mi lasciate finire o no?”, si spazientì il padrone di casa, “se no non basterà tutta la notte!”.
Cercò di riprendere il filo.”Dunque..il fattore..ah sì! Questi screanzati ridono perché Mario al Menego aveva messo anche incinta la moglie. E senza ombra di dubbio! Il figlio Nanni è identico al paròn! Becco e rassegnato, il povero fattore anche quella notte obbedì a Paveri: fece un buco nella rete dietro la siepe e armato di torcia e badile, incominciò a scavare nel posto indicato dalla mappa. Ma all’occhio di falco di Momi Toniolo, il guardiano del palazzo, non poteva sfuggire quel movimento notturno e senza pensarci due volte chiamò i Carabinieri. Così al povero Menego toccò anche una notte in camera di sicurezza. Appena fece mattina se ne tornò a casa e nessuno o quasi ne seppe nulla”. “Posso ben immaginare perché! “, commentò il postale mentre gli altri annuivano. “Già!” confermò Domaria, “con i soldi si compra tutto e quella volta Mario Paveri comprò il silenzio del guardiano ma dovette definitivamente rinunciare all’Adele che preferì rimanere zitella piuttosto che darsi a un altro uomo”.
L’arrivo in tavola della crostata alla crema mise fine alle chiacchiere. La Rina stavolta aveva superato se stessa tanto da meritarsi un grande applauso. La mezzanotte ormai era passata da un pezzo. Berto fu il primo ad andarsene, tanto doveva solo attraversare la strada.
La Rina propose agli altri di fermarsi a dormire visto che continuava a nevicare.
Sandro guardò fuori dalla finestra e dopo un cenno d’intesa con la moglie accettò di buon grado.
Toni fece lo stesso, stava bene in quella casa calda ed accogliente e inoltre sapeva che Domaria aveva ancora in serbo per le ore a venire tante altre fole popolate di fantasmi, esseri fantastici ed incredibili personaggi in carne ed ossa. Poi il vino rosso li avrebbe fatti scivolare beati nel sonno in quella magica fredda notte d’inverno che avrebbero ricordato per sempre come la miglior cena del mas-cio di tutti i tempi.
PER UN DANNATO PUNTO

PER UN DANNATO PUNTO
Il Bar Sport di Crosara Berica si trovava proprio nel centro del paese, tra la piazza e la chiesa.
Era gestito dalle sorelle Maria e Teresa Toniolo, due signorine senza tempo dai capelli ossigenati e labbra rosso fuoco, capaci di attirare torme di clienti, tutti maschi e naturalmente tifosi del glorioso Lanerossi Vicenza.
Ma quel lunedì 31 maggio del 1982 al bar non era entrato nessuno. In tanti anni una giornata così non si era mai vista.
L’orologio appeso al muro segnava le undici da quella volta che uno l’aveva centrato con una palla da biliardo dopo aver scommesso di fare buca ad occhi chiusi, ma a giudicare dalla tinta grigiastra delle mezze uova sode esposte sul bancone, dovevano essere circa le sei.
Quando Giovanni Maria Ziggiotto, detto Do Maria l’ungherese, varcò la soglia, alle due donne parve di aver visto l’Arcangelo Gabriele in persona.
L’uomo aveva afferrato un mezzo uovo, ordinato il solito sprizzetto e aperto la Gazzetta dello Sport ancora piegata.
Fissava le pagine rosa incredulo mentre recitava un’interminabile litania di imprecazioni.
La Teresa e la Maria preoccupate si chiesero se fosse il caso di chiamare il “neuro”.
Do Maria Ziggiotto, muratore in pensione, era un bell’uomo sulla sessantina, alto, brizzolato e con gli occhi azzurri.
Ricordava vagamente Paul Newman ed aveva anche un certo alone di mistero specialmente quando raccontava di come sua nonna, ricca nobildonna, fosse fuggita per amore con un violinista di strada ungherese.
Sua madre, la Emma, fu trovata in una cesta fuori dal luogo pio, con un medaglione d’oro al collo ed una lettera di scuse dei due amanti raminghi che non volevano crescerla in mezzo agli zingari.
Certo che delle panzane che aveva raccontato questa era sicuramente la più grossa, ma anche la più commovente e quindi tutti fingevano di crederci.
Che poi, a guardarla bene, la Emma i lineamenti da nobile ce li aveva per davvero.
Do Maria l’ungherese era l’anima del Bar Sport e si vantava di non essersi mai perso una partita, che ci fosse pioggia, neve o vento.
Come poteva il suo Lane essere rimasto per un solo punto in serie C?
Non si dava pace, questo era davvero un colpo troppo duro.
Ormai perso nello sconforto si sentì battere sulla spalla.
“Coraggio dai! Ce la faremo la prossima stagione!”. Toni Mason “postale” si era seduto accanto a lui con uno sprizz e due mezze uova.
Il direttore delle poste era un giovanotto spavaldo amante della compagnia e delle belle donne.
Alle due in punto chiudeva l’ufficio e si trasferiva direttamente al bar dove continuava il suo lavoro nel tavolo in angolo vicino al telefono. Lì riceveva chi per diversi motivi in posta preferiva non metterci piede.
Toni ascoltava pazientemente e alla fine scriveva qualcosa su un pezzo di carta, chiudeva una busta, faceva una telefonata ed il suo interlocutore se ne andava contento.
I casi erano sempre gli stessi: libretti scomparsi, buoni nascosti, soldi spesi all’insaputa della moglie. Il direttore trovava sempre una soluzione e per questo veniva lautamente ricompensato con fiaschi di vino, polli e salami di casa.
Intanto arrivarono anche Cicio Sanson e Bepino Lago, gli scapoloni storici del paese che a cinquant’anni, pelati e con la pancetta, cercavano ancora una brava ragazza da sposare. Abitavano nella frazione sul monte e ogni sera scendevano con la Vespetta a consolarsi per ore sul bancone del bar, in religiosa contemplazione della scollatura delle bariste.
Allo stadio il giorno prima c’erano stati anche loro.
Finita la partita per la delusione erano andati ad ubriacarsi nel bar della bocciofila di Viale Margherita.
Troppo alticci per tornare in Vespa, l’avevano lasciata nella rimessa e barcollanti avevano raggiunto la stazione dei treni. Peccato che anziché il treno per Verona avessero preso quello per Venezia.
Erano scesi che era buio pesto e vedendosi circondati da tutta quell’acqua erano scoppiati a piangere disperati. Convinti di essere a casa avevano pensato che se in cima al monte era così allora il paese e il bar erano di sicuro già sommersi.
Il capostazione li aveva rassicurati e fatti risalire sul treno giusto.
Erano arrivati a casa alle cinque del mattino e si erano svegliati alle cinque del pomeriggio. Si erano subito precipitati al bar per raccontare della loro disavventura, ma sul più bello furono interrotti da un tizio sbucato all’improvviso da chissà dove.
Bruno Stefani, titolare dell’Osteria Rosetta, famosa per le sue trippe alla parmigiana e i bicchieri bisunti, pareva indiavolato.
Piccoletto, baffi e capelli neri unti quanto i suoi bicchieri, era andato dritto verso il postale sventolando con una mano una busta bianca che sbatté sul tavolo. “Ma sei impazzito?”, urlò Bruno col nasone paonazzo e la bava alla bocca,”vuoi farmi sbattere in gatta?”. Toni, impassibile, prese la busta e la mostrò a tutti i presenti.
La lettera veniva da una cantina di Pordenone ed era indirizzata alla “Spettabile Distilleria Stefani”.
Quando il postino aveva obiettato che non c’erano distillerie in paese, il direttore ci aveva scritto sopra in stampatello”Da Rosetta”.
Lo sapevano tutti che Bruno distillava grappa di frodo e talmente buona che in paese si beveva solo quella.
Dunque cosa aveva fatto di male?
Tutto il bar dette ragione al postale. Bruno intanto si grattava il mento pensieroso.
Alla fine sembrò convinto. Se fossero andati i Carabinieri gli avrebbe raccontato che la grappa serviva per curare i reumatismi della vecchia madre.
Poi scomparve tra le risate così com’era venuto.
L’aria fresca della sera aveva riportato il buonumore al Bar Sport.
Perfino Do Maria uscendo con Toni si sentiva più leggero e fiducioso che il suo Vicenza ce l’avrebbe fatta.
Le calandre sugli alberi continuavano a cantare favole di provincia.
E presto il vento caldo avrebbe spazzato via la tristezza di quella giornata grazie ai piedi di un ragazzo cresciuto proprio nel grande Lane.
Paolo Rossi ci avrebbe fatto vincere i mondiali.
Ma questo al Bar Sport nessuno poteva ancora immaginarlo.
